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Futuro delle imprese: nuova indagine Quaeris

Futuro delle imprese: nuova indagine Quaeris

INDAGINE QUAERIS – Adelante con juicio: così in estrema sintesi le risposte degli esponenti del mondo delle imprese al sondaggio proposto sul futuro prossimo dell’ economia italiana.

Quaeris ha consultato un panel di testimoni privilegiati della società italiana ed ha chiesto loro di esprimersi sul destino delle imprese nazionali nei prossimi anni. Da questo sondaggio emergono aspettative favorevoli, o quantomeno non negative, per la prima volta dopo un po’ di tempo, mancando tuttavia ancora la propensione a sbilanciarsi in previsioni ottimistiche: troppe sono state le illusioni e soprattutto troppi gli anni di crisi.

Alla richiesta di pronunciarsi sull’andamento dell’economia nel 2014/2015, il campione si divide tra un 53,6% che prevede una leggera crescita, un 21,4% che prevede stabilità ed un 21,4% che invece pensa vi sarà una continuazione della crisi. Quindi piccole speranze per taluni, pessimismo più o meno spinto per quasi altrettanti.

Chiamati ad esprimersi circa la loro percezione su una possibile ripresa degli investimenti, il 33,9% degli intervistati ne prospetta la crescita, il 42,9% la stazionarietà ed il 21,4% la diminuzione. La nostra sintesi è che se non c’è previsione di crescita non ci può essere previsione di investimenti, ma se c’è previsione di crescita non è automatico che ci sia una equipollente ripresa degli investimenti. Questi ultimi richiedono una visione di lungo periodo che deriva da un ottimismo in un contesto di sicurezza e stabilità economica e legislativa: niente di tutto ciò è ancora visibile nella situazione italiana.

L’incertezza nella speranza di crescita emerge dalla domanda relativa alla canalizzazione degli investimenti: dove dovrebbero investire le imprese? Che si può tradurre: quali leve competitive deve muovere il sistema Italia per emergere di più sul mercato? Significativo è il fatto che le risposte si indirizzino soprattutto su obiettivi di medio lungo periodo, quali la ricerca e la formazione, che insieme fanno il 50%, rispetto al medio periodo (sviluppo commerciale e sistemi di gestione) che pesano per il 35% ed al breve periodo (macchinari e personale), per il quale è riservato il restante 15%. Se fossimo di fronte ad una percezione di una imminente ed interessante ripresa degli ordinativi, certamente le risposte sarebbero concentrate sull’investimento di macchinari e sull’assunzione di personale.

Ed ecco la nota dolente: cosa potrebbe fare lo Stato per migliorare il contesto all’interno del quale operano le imprese? Balza agli occhi la frammentazione delle opinioni sulle cinque possibili risposte con pesi che, per almeno quattro di queste, risultano quasi coincidenti. Una cosa è certa: c’è bisogno di immettere liquidità nel sistema; un po’ più complesso è decidere le priorità. Del resto ciò riflette il dibattito che c’è stato recentemente in Italia (anche a livello di governo) al momento di decidere come ripartire gli sgravi tra detassazione in busta paga (beneficio per i privati) e diminuzione dell’Irap (beneficio per le imprese). Non è comunque casuale il fatto che, seppur di poco, sia stato messo al primo posto dagli intervistati il potenziamento del credito alle imprese, in quanto è forse il problema più sentito ed obiettivamente presente in questa fase economica. Va altre sì rilevato che, tra tutte le quattro principali direttrici proposte, è quella dove lo Stato ha meno leve di intervento diretto, potendo agire solo con strumenti indiretti, quali il fondo garanzie alle PMI o al massimo con la moral suasion sul sistema bancario.

Circa la causa principale della situazione attuale, volutamente non si sono inseriti come possibili colpevoli la situazione internazionale, o la politica della comunità europea, per cercare di non dare alibi troppo immediati. Viceversa si è cercato di stimolare gli intervistati a fare un esame più “interno” del nostro sistema economico. Alla fine, come ci si poteva aspettare, si sono nettamente privilegiate cause esterne all’impresa (circa il 90%) e solo il 10% ha toccato aspetti dove l’impresa ha delle responsabilità dirette (organizzazione, competenze, imprenditorialità).

 

CONCLUSIONI

L’impressione è che il percorso sia ancora lungo, in quanto la prudenza (o il pessimismo?) degli imprenditori è ancora così radicata da far pensare che vada ad influenzare la percezione. Sicuramente non si vede ancora “la luce in fondo al tunnel”, né una visione più ottimistica. Il realismo tipico degli imprenditori riporta a qualcosa che, più che una luce, sia il bagliore che annuncia la luce. In tutti i casi le risposte più ottimistiche rimandano comunque ad una ripresa lenta, favorita dagli elementi esterni, che abbisogna di provvedimenti governativi stabili per poter “smuovere” in modo importante l’economia e con essa gli imprenditori. Riguardo le cose da fare l’impressione è che l’impresa sia alla finestra: questo atteggiamento, se guardiamo alla storia, non è tipico delle nostre aziende in quanto esse hanno sempre stimolato l’economia. Un’ipotesi potrebbe essere che il tessuto imprenditoriale, col mutare delle condizioni esterne ed il passaggio generazionale, sia cambiato. Possiamo sperare che ciò sia solo un atteggiamento temporaneo: non si può pensare che in così pochi anni sia cambiato il DNA della classe imprenditoriale italiana. Nel momento in cui ci saranno elementi di una ripresa consistente e duratura il sistema Italia dovrebbe ripartire vigorosamente.

Riprendendo quindi la citazione manzoniana: adelante con juicio: speranza e prudenza, un po’ di acceleratore, ma freno sempre pronto, da usare anche solo nel dubbio.

Articolo a cura di Ciro Conte

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