Alla fine degli anni Settanta, gli studiosi posero una domanda all’apparenza serissima a un gruppo di cittadini dell’area di Cincinnati. Volevano sapere se i partecipanti approvassero o meno l’abrogazione del “Public Affairs Act of 1975”. Circa un terzo del campione prese posizione senza mostrare alcun dubbio, schierandosi a favore o contro. C’era un unico, gigantesco ostacolo alla validità di quelle risposte. Quella legge non esisteva affatto. I ricercatori avevano inventato questa esca di sana pianta per far emergere un meccanismo cognitivo affascinante. Oggi la metodologia della ricerca definisce questo fenomeno con il nome di pseudo-opinioni.
Nel 1980 George Bishop, Robert Oldendick, Alfred Tuchfarber e Stephen Bennett, ricercatori dell’Università di Cincinnati, pubblicarono il risultato di questo fondamentale esperimento. Scelsero le pagine della prestigiosa rivista scientifica Public Opinion Quarterly. A confermare la natura del tutto casuale di quelle risposte bastava l’evidenza statistica. I favorevoli e i contrari alla falsa legge si dividevano in una spaccatura quasi perfetta, creando un clamoroso cinquanta e cinquanta.
Ma perché così tante persone esprimevano un giudizio su una norma fantasma? Per capirlo, nel 1986 gli stessi scienziati tornarono alla carica con un secondo studio metodologico. Questa nuova indagine si concentrava su tre ulteriori questioni politiche inesistenti. Gli studiosi volevano spiegare le dinamiche dietro alle false risposte. Per farlo, isolarono il vero innesco del problema: la struttura stessa del questionario. Quando l’intervistatore offriva in modo esplicito la via d’uscita del “non ci ho pensato molto”, la percentuale di chi azzardava un giudizio crollava a pochi punti. Al contrario, se l’opzione di scarto mancava e la domanda incalzava chi esitava, la quota di chi improvvisava un parere subiva una vera e propria impennata.
I ricercatori spiegarono che la propensione a produrre queste risposte vuote non colpiva a caso. I dati la mostravano molto più alta tra i soggetti meno istruiti, meno interessati alla vita pubblica e con una minore fiducia nel prossimo. La pressione sociale e il timore di apparire disinformati spingevano l’intervistato a inventare una posizione sul momento. Le persone rispondevano sul serio per non fare brutta figura. Tuttavia, una struttura sbagliata del quesito induceva involontariamente la loro finta convinzione.
Per evitare simili cortocircuiti, la validità di un sondaggio deve dipendere interamente dal rigore del team che lo costruisce. Dall’esperimento di Cincinnati discendono tre accortezze pratiche fondamentali per blindare la qualità dei dati. La prima regola consiste nel legittimare il “non so”. L’intervistatore deve offrirlo apertamente e trattarlo come una risposta di enorme valore metodologico, anziché come un sintomo di ignoranza. In secondo luogo, risulta indispensabile usare le cosiddette domande filtro. Chi fa ricerca deve accertarsi sempre che la persona conosca l’argomento prima di sollecitarne un parere, schermando così il sondaggio dalle invenzioni. Infine, chi redige le domande deve calibrarne la formulazione con la massima attenzione. Il testo non deve mai dare per scontata l’esistenza di un’opinione pregressa per non forzare la mano di chi risponde.
In definitiva, la comunità scientifica non valuta l’autorevolezza di una ricerca demoscopica solo dall’enorme volume di interviste. La misura reale del successo risiede nella precisione degli strumenti usati per proteggere i dati dalle naturali distorsioni cognitive umane. In un sondaggio ben progettato, infatti, un sincero e disarmato “non lo so” rimarrà sempre un dato infinitamente più solido e scientificamente prezioso di una brillante opinione tirata a indovinare.
