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Referendum tra strategie politiche e battaglie sbagliate

Referendum tra strategie politiche e battaglie sbagliate

L’elezione referendaria, pur confermando l’esito che tutti i sondaggi da varie settimane prevedevano, non ha mancato di sorprendere. Due i dati significativi: l’elevata partecipazione (68,48% in Italia e 65,47% considerando anche il voto estero) e l’ampiezza della vittoria del No.

 

La partecipazione si è rivelata davvero sorprendente rispetto agli unici dati oggettivamente comparabili: i referendum confermativi della “riforma del Titolo V del 2001” e della “seconda parte della Costituzione” nel 2006. Nel 2001, riforma promossa dal centrosinistra, la partecipazione fu solo del 34,05 con la vittoria del Sì con il 64,2. Nel 2006, riforma promossa dal centrodestra, la partecipazione fu del 53,84 in Italia e del 52,46 considerando anche il voto all’estero, con una vittoria del No pari al 61,3.

 

Se mettiamo in linea le tre elezioni vediamo un dato in controtendenza rispetto ad ogni altra elezione: la partecipazione ai referendum costituzionali appare decisamente crescente. Questo potrebbe derivare da un crescente interesse su tematiche che riguardano il nostro sistema democratico ma presumibilmente deriva anche da una maggiore volontà e capacità dei partiti e dei movimenti di opinione di mobilitare l’elettorato. Infatti se il referendum del 2001 passò liscio nell’opinione pubblica, già nel 2006 ci fu una forte mobilitazione del centrosinistra con temi non molto diversi da quelli usati dai contrari in questa campagna con la sola differenza che non vi era l’obiettivo di far cadere il governo che aveva promosso il referendum in quanto Berlusconi era già stato sconfitto alle politiche di due mesi prima.

 

Da questa evoluzione storica si evince che proporre riforme costituzionali a maggioranza e sottoporle a referendum non è più una strada opportuna da intraprendere. E, a maggior ragione, legare la sorte del proprio governo a ciò si rivela più di un errore politico: un autentico suicidio.

 

Infatti Matteo Renzi, legatosi mani e piedi a questo referendum è indubbiamente il grande sconfitto di questo referendum. Uno sconfitto che però è riuscito a far convergere sul Sì ben 13.430.000 voti, quasi 3 milioni e mezzo di voti in più rispetto alla coalizione guidata da Bersani nel 2013. Certamente non sono tutti voti che in un elezione politica andrebbero alla coalizione di centrosinistra, però va anche detto che una parte della coalizione del 2013 era a favore del No. Ciò va a confermare il clamoroso errore di Renzi: l’aver scelto il campo di battaglia a lui più sfavorevole. Però le sorti del centrosinistra rimangono assolutamente aperte, con la parte sconfitta che continua a dimostrarsi nettamente maggioritaria in quell’area e la parte vincente che ha confermato la propria marginalità.

 

Non meno complicata la situazione tra i vincitori. Prima di tutti sicuramente il M5S fin da subito fortissimamente contrario alla riforma e che ha dimostrato grande capacità di mobilitazione. Ora si trova ad avere concrete possibilità di aspirare al governo ma, dal punto di vista istituzionale, l’esito del referendum pone un problema concreto: le attuali leggi elettorali potrebbero permettere al M5S di avere la maggioranza alla Camera ma sicuramente non al Senato e ciò, per un partito che rifiuta ogni accordo di coalizione, non sarebbe un problema da poco. Per lo stesso motivo anche partecipare alla scrittura di nuove leggi elettorali potrebbe rivelarsi problematico per un partito che fa della propria “purezza” un valore fondante.

 

Discorso in parte diverso per la Lega di Salvini, altro innegabile vincitore della contesa.

Per la Lega un’elezione anticipata potrebbe essere una buona strategia per incrementare i propri voti e per continuare una redditizia (dal punto di vista elettorale) lotta di opposizione in una probabile situazione di instabilità.

Nel centrodestra si deve però continuare a tenere conto dell’Highlander Berlusconi. Il suo, pur tardivo, ingresso nella campagna del No si è rivelato determinante, ricompattando l’elettorato di Forza Italia ed evitando lo scivolamento verso Renzi di una parte consistente del proprio elettorato, riuscendo in un solo colpo a chiudere la prospettiva renziana del “Partito della Nazione” e a confermarsi ancora protagonista della scena politica. Un protagonismo da spendere nelle prossime settimane da un lato con la partecipazione alla definizione di una nuova legge elettorale assieme agli avversari politici e dall’altro dal tentativo di una definizione della proposta politica del centrodestra oggi oggettivamente più complessa che mai.

 

L’esito del referendum e la campagna che lo ha preceduto avranno conseguenze che andranno molto oltre le schermaglie politiche dei prossimi mesi. Infatti è interessantissimo notare come questa campagna elettorale abbia comportato il cambiamento di paradigmi che ci avevano accompagnato negli ultimi 25 anni.

 

Il tema della governabilità (cruciale a partire dalle riforme del 1993) è stato sepolto dal richiamo alla partecipazione e alla rappresentatività. Ciò pone precise indicazioni a chi dovrà lavorare sulla riforma elettorale (si è tornati in fatti a parlar di proporzionale) ma pone anche grossi dubbi sulla possibilità in questo Paese di arrivare un giorno ad avere governi stabili.

 

Altri temi al centro del dibattito pubblico in questi anni come la riduzione del numero dei parlamentari e la riduzione di stipendi dei politici (in questo caso i consiglieri regionali) sono apparsi assolutamente di secondaria importanza rispetto al perdere il diritto di votare direttamente i senatori.

 

Infatti il bicameralismo perfetto, da anni al centro di ogni proposta di riforma, è divenuto un autentico baluardo della democrazia.

 

Infine un tema più recente come la scarsa efficienza e gli sperperi delle regioni (finiti al centro delle cronache negli ultimi 3-4 anni) e la supposta necessità di un riaccentramento dei poteri è stato surclassato dalla volontà di mantenere le competenze regionali sull’onda della ventata federalista degli anni ’90 e concretizzatasi (parzialmente) con la riforma del Titolo V del 2001.

Alla luce di ciò appare difficile immaginare nel breve periodo che qualcuno possa pensare di mettere mano alla Costituzione e diviene quindi davvero determinate per il futuro del Paese la riforma della legge elettorale. In poche settimane capiremo in che direzione stiamo andando.

 

Infine un discorso sulle regioni del Nordest. Tra le regioni autonome solo in provincia di Bolzano si è votato tendendo conto di alcuni aspetti oggettivamente favorevoli alle autonomie speciali presenti nella riforma, secondo le indicazioni del partito di maggioranza, la Svp. In provincia di Trento e in Friuli Venezia Giulia si è invece seguito il trend nazionale, anche se con una percentuale un po’ più bassa in Trentino (55% al No). In entrambi i casi un segnale che deve preoccupare i governi provinciale e regionale, schierati a favore del Sì.

Situazione opposta in Veneto dove Zaia si rivela un indiscutibile vincitore della tornata elettorale, con una partecipazione altissima (76.66%) e la vittoria del No più netta tra tutte le regioni del Nord. Zaia esce così rafforzato sia all’interno del suo movimento politico che a livello regionale. Sarà importante vedere se vorrà e potrà sfruttare il successo elettorale da un alto per rendere la Lega un po’ meno Lombardo-centrica e dall’altro per incamminarsi con decisione verso un percorso di maggiore autonomia del Veneto.

 

Paolo Pasi

QUAERIS

Esperto in Analisi Politica e Ricerca Sociale

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