Niente tasse, siamo in California

Deficit cronico nello stato americano in cui l’elettorato approva iniziative di spesa senza pensare a come finanziarle. L’uso costante dei referendum permette ai cittadini di bloccare gli aumenti fiscali.

«In caso di furto d’appartamento, furto aggravato, atti di vandalismo o ciber-reati non chiamateci neanche, non abbiamo le risorse per mandare agenti ». Così ha annunciato alla cittadinanza il capo della polizia di Oakland, la città più pericolosa della California, terza nella classifica nazionale del crimine, dopo aver licenziato lo scorso luglio 80 agenti. Anthony Batts non aveva scelta: lo stato gli ha tagliato il bilancio per mancanza di soldi. I cittadini potranno fare denuncia online, e sperare che qualcuno risponda.

Ormai la California è ridotta così, costretta a licenziare poliziotti, insegnanti e infermieri perché mancano i soldi per pagare gli stipendi, costretta a chiudere gli uffici pubblici un giorno alla settimana e ad accorciare l’anno scolastico per risparmiare, costretta a pagare i creditori con le cambiali, costretta a rilasciare quest’anno 13mila carcerati perché non ha più spazio nelle prigioni e non ha i soldi per costruirne di nuove. È facile dare la colpa alla recessione, ma il problema è un altro. «Quella della California è una crisi cronica, esacerbata ma di certo non causata dalla recessione – spiega Stephen Levy, direttore del Center for Continuing Studies on the California Economy -. Oggi il deficit viaggia sui 20-25 miliardi di dollari a seconda delle stime, ma anche durante gli anni di boom non riusciva a scendere al di sotto dei 10-12 miliardi di dollari». Alla radice ‘del problema californiano è, paradossalmente, la democrazia.

In California per l’esattezza vige una sorta di iperdemocrazia, un sistema politico che consente ai cittadini di legiferare facendo uso dell’arma del referendum. «L’elettorato’continua ad approvare iniziative di spesa senza pensare come finanziarle, e rifiuta di pagare più tasse, anzi vota per abbassarle», dice Levy.

Per mettere ai voti un referendum basta raccogliere un numero di firme pari al 5% del numero di votanti nelle elezioni precedenti (circa 700mila in uno stato di 35 milioni di abitanti); è sufficiente il 50% dei voti per trasformare il referendum in legge. Solo negli ultimi 10 anni, una sessantina di proposte sono state messe ai voti sugli argomenti più disparati, dal matrimonio gay all’immigrazione illegale; il 30% delle misure diventano legge, molte su questioni di finanza pubblica.

Volete destinare almeno il 39% del budget annuo alle scuole? Sì, hanno risposto i cittadini nel 1988. Investire 3 miliardi di dollari nella ricerca sulle cellule staminali? Sì,hanno risposto i cittadini nel 2004. Volete costruire il treno ad alta velocità tra Los Angeles e San Francisco al costo di 10 miliardi di dollari? Sì, hanno risposto nel 2008. Siete disposti a pagare più tasse per finanziare tutti questi progetti? No, no e poi no. In California, culla del movimento popolare anti-tassazione, aumentare la pressione fiscale è improponibile.

Il problema è che il Parlamento ha le mani sempre più legate dalle iniziative popolari, mentre il popolo soffre di totale analfabetismo fiscale. «Solo il6% dell’ elettorato è in grado di identificare correttamente la maggior voce di spesa e la maggior fonte di introito dello stato» dice Dean Bonner delPublic Policy Institute. La metà dell’elettorato è convinta che la maggioranza del denaro pubblico vada alle prigioni, ma in realtà alle prigioni va solo il 10%, mentre all’istruzione il 42%. E solo il 30% dell’ elettorato sa che il grosso degli introiti fiscali proviene dalle imposte sul reddito, e non dalle imposte indirette o dalle tasse di circolazione.

In un impeto di rigore fiscale, l’elettorato ha anche deciso nel 1978 che ogni aumento delle tasse deve essere approvato con due terzi dei voti in Parlamento. Il risultato è la paralisi totale: i democratici hanno la maggioranza alla Camera e al Senato, e possono quindi bloccare i tagli di spesa proposti dai repubblicani; i repubblicani hanno la minoranza, ma grazie alla regola dei due terzi possono bloccare ogni aumento delle tasse.
Per risolvere l’impasse, l’unico modo è – paradosso dei paradossi – rivolgersi direttamente ai cittadini. Il neogovernatore Jerry Brown presenterà in un referendum il suo piano di risanamento fiscale, un mix di tagli alle spese e aumenti di tasse, in un disperato appello alla ragione. L’esito del referendum dipenderà però da come sarà formulata la domanda, avverte Neal Donner. Un sondaggio del Public Policy Institute ha scoperto che più del 60% dell’ elettorato tende a votare no alla generica proposta di «aumentare le tasse per trovare nuove fonti di entrate», ma con altrettanta convinzione dice sì alla più specifica proposta di «aumentare le tasse per finanziare l’istruzione e i servizi sociali e sanitari ». «A decidere l’esito del referendum sul futuro delle finanze californiane – conclude Neal Donner – sarà in fin dei conti la quantità di denaro investito nella campagna elettorale dai promotori del sì e del no, e l’efficacia degli spot in tv».

di Daniela Roveda

Fonte: Il Sole 24 Ore, Sezione Mondo – Domenica 6 febbraio 2011

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